Riflessione della guida spirituale delle Acli Provinciali Don Aldo Celli

DOMENICA delle Palme – Vangelo: PASSIONE secondo LUCA (22,14-23,56)

Offro questa riflessione, che alcuni già conoscono

“PERLE  DI  MISERICORDIA”  NELLA  PASSIONE  DI  GESU’ secondo Luca

Anno giubilare della misericordia. “Gesù è il volto della misericordia del Padre”.

Il vangelo di Luca, che leggiamo in questo anno C,  più degli altri, mette in risalto la misericordia, tanto che Dante definì questo evangelista “Scriba mansuetudinis Christi”.

E’ solo nel Vangelo di Luca che troviamo le tre parabole della misericordia: buon pastore, dramma perduta, padre buono o figliol prodigo, così come quella del buon samaritano …

Ma è nel racconto della passione,  (lo  ascolteremo la domenica delle Palme) che  leggiamo alcune “perle di misericordia”.

Gesù  si voltò e fissò lo sguardo su Pietro”  (22,61). Dopo il triplice rinnegamento, nel cortile del sommo sacerdote, lo sguardo intenso (verbo: emblepo = guardare dentro – lo stesso del primo incontro: Gv 1,42) di Gesù esprime la sua vicinanza al discepolo: lo  rende consapevole della propria fragilità,  lo libera da quella presunzione che gli aveva fatto dire: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte” (22,33).

Prima viene lo sguardo di Gesù, poi   il pentimento: “Pietro si ricordò” e  “pianse amaramente”.

La Sua offerta di perdono è gratuita e preventiva,    solo dopo c’è la nostra “reazione”.

Anche in questo caso Gesù è “un grande”: è più attento alla condizione di Pietro che alla propria.

Così sempre anche con me, con te … : sbagli, peccati ridimensionano la nostra superbia e attirano non la condanna di Gesù, ma il suo sguardo che dice attenzione, coinvolgimenti; dice: “io sono con te, non ti abbandono, mi fai tenerezza, non perdo la mia fiducia in te, ti confermo la mia  stima e il compito che ti ho affidato ”.

Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli”  (23,27-31). Forse erano pie persone che assistevano e cercavano di consolare  i condannati, una specie di “Compagnia della buona morte”. Il Gesù di Luca non mostra di cercare il compianto; non rigetta il gesto delle donne, ma  si preoccupa di loro,  dei loro figli. Sono invitate non tanto a commiserare il condannato che sta passando davanti ai loro occhi, quanto a preoccuparsi di una tragedia ancora più grande, quella che si abbatterà  sulla città di Gerusalemme e, per estensione,  quella che avvolge di tenebra  l’intera umanità.

Così la sorte dell’innocente ingiustamente condannato abbraccia tutta la sofferenza che attraversa la storia.

Immagini di tragedie immani affollano i nostri schermi. Rischiamo l’assuefazione. In molti sembra diminuire la capacità di misericordia,  di commuoversi per la sorte di troppo mamme e di troppi figli, in quanto   non sono dei “nostri”, appartengono alla carovana dei fuggitivi, dei respinti,  magari comprati per essere in modo abominevole  “usati” dai ricchi ….

Perdonali, perché non sanno quello che fanno” (23,34). La sensibilità e la profondità teologica di Luca fanno sì che l’evento brutale della crocifissione passi in secondo piano rispetto alle parole pronunciate da Gesù morente.  Gesù non ha nulla da chiedere per sé; i suoi dolori non contano, quasi non esistono. Il suo interesse, la sua preoccupazione sono per gli altri. E prima di tutto per i crocifissori.

I capi lo deridono:“Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il  Cristo”. Appunto è l’Eletto di Dio proprio perché non salva se stesso, ma gli altri:  chiede il perdono che salva gli altri.

E così mette  in pratica per primo il suo insegnamento sull’amore ai nemici. “Dico a voi che mi ascoltate: Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano  …. A chi ti percuote sullla guancia, offri anche l’altra … e sarete figli dell’Altissimo  perché egli  è benevolo  verso gli ingrati e i malvagi”(6,27-36).

E’ giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. E’ il tempo del ritorno all’essenziale del  farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli, Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza” (Misericodiae vulnus 10)

Oggi con me sarai nel paradiso” (23, 40-42) – Gesù,  che aveva riservato le sue preferenze ai pubblicani, ai peccatori e alle prostitute, non poteva finire i suoi giorni in migliore compagnia: crocifisso in mezzo a due malfattori. Il primo riprende la sfida dei capi: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi”. Il secondo non fa richieste particolari: “Ricordati di me, quando andrai nel tuo regno”.

In un momento di smarrimento generale non c’è che un brigante a tenere alta la fede in Cristo. I nemici trionfano, gli amici sono fuggiti. Riconoscere il messia che sta per prendere possesso del  regno, mentre muore in croce, è una fede assurda, cieca. I vangeli ricordano un altro esempio: un militare pagano, il centurione.

Il primo ad entrare in paradiso è un malfattore. In lui, il malfattore, si compie l’“oggi” della salvezza.

Come la salvezza entra “oggi” nella casa di Zaccheo  che ha cambiato vita, (“Oggi per questa casa è venuta la salvezza” – 19,9), così “oggi” il malfattore entra con Gesù nella sua condizione di vita beata.

Basta anche per noi, in varia misura “malfattori”,  la stessa invocazione: “Ricordati di me”. E la misericordia ci raggiunge nel nostro “oggi”, nella nostra casa.

E c’è un augurio che faccio a me e a voi: ci sia concesso alla fine della vita di ripetere, o con le parole o comunque con il pensiero e il cuore: “Ricordati di me”. E di udire o percepire la stessa immancabile risposta: “Oggi sarai con me”.

Don Aldo

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