FAP Acli: il fenomeno del lavoro povero

Il fenomeno del lavoro povero, o “work poverty”, rappresenta una delle contraddizioni più drammatiche del mercato del lavoro italiano. Lavorare non è più garanzia di una vita dignitosa. Si tratta di una condizione in cui, pur essendo occupata, una persona percepisce un reddito talmente basso da non riuscire a soddisfare i propri bisogni fondamentali. In Italia questa realtà non è nuova né episodica, ma è frutto di dinamiche strutturali e multifattoriali che, da anni, contribuiscono a un progressivo peggioramento della qualità dell’occupazione.

A prima vista, i dati diffusi recentemente dall’Istat sembrerebbero offrire motivi di ottimismo, con il tasso di disoccupazione che è sceso al 5,9%, toccando il livello più basso da anni. Questo traguardo potrebbe suggerire un Paese in ripresa. Tuttavia, una lettura più attenta dei numeri mostra un quadro ben diverso da quello rassicurante che le percentuali sembrano disegnare: l’aumento degli occupati, infatti, ha generato una crescita di lavori precari e contratti a termine. A peggiorare ulteriormente la situazione emerge un altro dato allarmante: cresce il tasso di inattività, segno di un’Italia in cui sempre più persone smettono di cercare lavoro non per mancanza di bisogno, ma per sfiducia e rassegnazione. A tutto ciò si aggiunge la più grave criticità del livello dei salari. Secondo Eurostat, l’Italia è uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea in cui i salari reali sono calati rispetto al 2008 e nemmeno la ripresa post-pandemica è riuscita a invertire questa tendenza perché l’inflazione ancora elevata, soprattutto sui beni essenziali, ha finito per erodere ulteriormente il potere d’acquisto. Così, nonostante l’incremento dell’occupazione, il numero dei working poor non accenna a diminuire e oltre tre milioni di italiani hanno un impiego ma vivono sotto la soglia di povertà. E il salario minimo, da tempo al centro del dibattito, rimane tuttora disatteso.

A pagare il prezzo più alto di questo sistema sono soprattutto i giovani. Per gli Under35, il lavoro in Italia si presenta come una corsa a ostacoli fatta di tirocini mal retribuiti, contratti a tempo determinato e collaborazioni occasionali. Le aziende chiedono esperienza, ma non la offrono, dunque molti sono spesso costretti a emigrare. Ogni anno oltre 30.000 giovani laureati lasciano il Paese in cerca di opportunità e prospettive che qui vengono loro sistematicamente negate. Per cambiare le cose dobbiamo partire dai luoghi più vicini a noi: le città, i quartieri, le periferie, i territori, i circoli Acli. È lì che può nascere una nuova cultura fatta di rispetto, convivenza, legami forti tra le persone e spazi da vivere insieme. Fuori dalla logica del profitto diventa necessario riscoprire i segni dell’attivismo politico, da coltivare insieme per immaginare un futuro più giusto, più ambizioso, più nostro. Diventa necessario promuovere esperienze che mettano al centro le relazioni, la cura dei beni comuni, la partecipazione attiva e idee aperte e inclusive. Diventa fondamentale imparare a supportare le associazioni e il terzo settore che hanno un ruolo chiave in tutto questo, per passare dal “fare bene” al “fare con coraggio”. La FAP Acli evidenzia allora l’urgenza di procedere con un respiro politico capace di lasciare un segno, creare reti e far nascere alleanze che generano democrazia.

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