La vicenda di Ceuta certifica, ancora una volta, l’inesistenza dell’Europa come istituzione, come soggetto politico e come realtà capace di agire in modo unitario ed efficace sul piano internazionale. I vertici dell’Unione Europea e gli esponenti dei Paesi membri, invece di limitarsi a criticare la Spagna o a prospettare misure come la sospensione del Trattato di Schengen, avrebbero dovuto prendere una posizione comune a sostegno di uno Stato membro che, a mio giudizio, è stato oggetto di un deliberato e pianificato attacco attraverso l’utilizzo dei flussi migratori come strumento di pressione.
Sarebbe stato opportuno affidare un preciso mandato all’Alta Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Kaja Kallas, affinché si recasse a Rabat per chiedere spiegazioni al governo del Regno del Marocco. È infatti legittimo domandarsi come sia stato possibile che circa 60.000 cittadini marocchini, molti dei quali in condizioni economiche difficili, siano confluiti contemporaneamente da diverse parti del Paese verso i due chilometri di confine che separano il Marocco dall’exclave spagnola di Ceuta. Qualora fosse stato accertato un coinvolgimento delle autorità marocchine, infatti, l’Unione Europea avrebbe dovuto valutare anche l’adozione di un pacchetto di sanzioni.
La Spagna ha invece affrontato la situazione sostanzialmente da sola, senza un concreto sostegno da parte degli altri Paesi dell’Unione e delle istituzioni di Bruxelles, che si sono limitate a convocare una riunione dei Ministri dell’Interno senza una reale valutazione della portata geopolitica dell’accaduto. La stessa distrazione l’Unione Europea l’ha dimostrata nella gestione dei devastanti incendi che, nelle ultime settimane, hanno colpito la Spagna e la Francia. Anche in questo caso, il ruolo delle istituzioni europee è apparso estremamente limitato. Al contrario, sono stati reperiti e stanziati ben 800 miliardi di euro destinati al settore della difesa, nonostante tale scelta, secondo una lettura critica, esuli dallo spirito originario dei trattati europei e nonostante la Comunità Europea di Difesa fosse stata accantonata già diversi decenni fa.
Un’altra vicenda che continua a rappresentare, a mio avviso, una profonda contraddizione è quella della crisi finanziaria della Grecia. All’epoca non si riuscì a reperire le risorse necessarie per sostenere il Paese, somme comunque molto inferiori agli attuali stanziamenti destinati al riarmo. Per le armi e per la guerra, invece, le risorse sembrano essere sempre disponibili. L’Unione Europea ha oggi bisogno di un profondo rinnovamento. Deve tornare a essere pienamente democratica, restituendo al Parlamento europeo il ruolo centrale che gli compete, se vuole sopravvivere allo tsunami politico che potrebbe derivare dalle prossime elezioni nei principali Paesi membri. Temo, tuttavia, che possa essere già tardi, considerando gli importanti appuntamenti elettorali che attendono Francia, Italia e Germania.
L’Unione Europea ha finito per deludere anche molti europeisti convinti. Se non tornerà a rappresentare un modello fondato su politiche alternative all’iperliberismo trumpiano, indicando una via sociale nella quale sia la politica a governare l’economia e quest’ultima sia realmente al servizio dei cittadini e dei popoli; se non saprà promuovere la diplomazia come strumento prioritario rispetto al finanziamento delle guerre per procura, difficilmente potrà avere un futuro. A questo punto nasce spontanea una domanda: chi governa realmente questa Unione Europea? E, soprattutto, a che cosa serve un’Europa che non riesce a svolgere il ruolo per il quale era stata immaginata? I padri fondatori, probabilmente, si sarebbero già rivoltati più volte nella tomba.
Luigi Scatizzi, presidente Acli Arezzo


